“Dopo 361 anni di assenza i monaci cistercensi ritornano stabilmente alla Abbadia di Fiastra, dove l’avvenimento è celebrato con magnificente pomposità nel pomeriggio di giovedì 21 marzo”.

Così inizia il racconto di Siro Buccolini sul ritorno dei monaci all’abazia di Chiaravalle di Fiastra e sulla loro accoglienza il 21 marzo 1985.

“Alla presenza del Prefetto, del Questore, del Presidente dell’Amministrazione provinciale, del Vescovo mons. Carboni, dell’Abate generale dei cistercensi e di autorità militari, – continua la cronaca di Siro – sfilano in processione numerosi monaci giunti appositamente dall’Abbazia madre Chiaravalle di Milano, i membri della locale Confraternita e molti sacerdoti diocesani. Sono presenti anche i labari di Urbisaglia, Tolentino, Petriolo e Loro Piceno. C’è una nutrita folla di fedeli e di curiosi: i parcheggi dell’Abbadia non sono sufficienti a contenere tutti gli autoveicoli, che vengono così lasciati ai margini della statale creando intralci e rallentamenti al traffico. Si concelebra una messa solenne ed al termine è scoperta all’interno della chiesa una lapide a sempiterna ricordanza dell’avvenimento. L’Abbadia è tappezzata di bandiere, manifestini di benvenuto e luminarie. Per la circostanza la Cassa di risparmio della provincia di Macerata ha pubblicato un opuscoletto illustrativo”.

Erano quattro i monaci giunti ad Abbadia e provenivano da Chiaravalle di Milano, dove nel 1142 erano partiti i fondatori dell’abazia di Fiastra.

L’iniziativa nacque su invito della Fondazione Giustiniani-Bandini, che l’anno precedente aveva istituito la Riserva Naturale e desiderava restituire al luogo la sua dimensione spirituale originaria.

La comunità monastica, secondo la Regola di San Benedetto, si dedicava alla preghiera liturgica, all’accoglienza dei fedeli e al lavoro, contribuendo al rilancio dell’abazia come centro di spiritualità e cultura nel territorio. La chiesa tornò a ospitare il canto gregoriano e fu riscoperta da molti come luogo di silenzio, contemplazione, accompagnamento spirituale.

Figure come l’abate Giovanni Rosavini, padre Andrea Montecchi e padre Giovanni Frigerio – oggi sepolti nel cimitero accanto alla chiesa – restano vive nella memoria di chi li ha conosciuti.

Col passare degli anni, però, la congregazione cui la comunità apparteneva si ridusse progressivamente, anche a causa della mancanza di nuove vocazioni. Il terremoto del 2016, che rese inagibili alcuni ambienti di vita, aggravò ulteriormente la situazione.

Nel 2018, l’abate generale dell’Ordine decise la chiusura del monastero. Il 6 agosto di quell’anno gli ultimi monaci lasciarono l’abazia, facendo ritorno alla Chiaravalle di Milano.


Progetto senza titolo – 2