Mercoledì 5 novembre 2025 alle 21 nel Teatro Comunale di Urbisaglia Sara Scarponi, psicologa e psicoterapeuta, presenterà una riflessione sul tema del trauma infantile, con particolare attenzione alle esperienze legate alla guerra e al lutto.
All’incontro, organizzato dal gruppo “Insieme per Urbisaglia” sarà presente la Prof.ssa Brigida Cristallo, Dirigente scolastica dell’Istituto Omnicomprensivo “A. Gentili – V. Tortoreto” (San Ginesio), Istituto di cui fanno parte le scuole di Urbisaglia.
Crediamo siano temi importanti e di estrema attualità e parlarne sia un significativo contributo per la crescita delle nostre comunità.
Vi aspettiamo.
Un incontro dedicato agli adulti che si prendono cura dei bambini e delle bambine
di Sara Scarponi
“Nel 2023, un bambino su cinque — in totale 473 milioni di bambine e bambini — viveva in una zona di guerra (Save the Children, 2023).
Mentre i conflitto nel mondo (Gaza, Ucraina, Sudan…) continuano, le bambine e i bambini di tutto il mondo ascoltano, osservano e cercano di trovare una spiegazione — anche se comprenderlo davvero è impossibile — a ciò che sta accadendo.
Che sia attraverso le conversazioni a scuola, i dialoghi in famiglia o i social media, la parola guerra entra nelle loro orecchie, nei loro occhi e quindi nelle loro vite, generando paura, angoscia, tristezza, confusione e, talvolta, veri e propri traumi.
Noi adulti dobbiamo allora fermarci: non possiamo più rimandare, né negare l’urgenza di rispondere alle loro domande.
- “Ma perché fanno la guerra?”
- “Perché quei bambini muoiono?”
- “Può succedere anche qui, a noi?”
La domanda a cui nessuno di noi può più sottrarsi è:
“Come possiamo aiutare questi occhi innocenti a elaborare una realtà così disumana?”
Il mondo adulto ha il compito e il dovere di parlare della guerra, sostenendo la sicurezza emotiva dei minori. Queste conversazioni — per quanto difficili e dolorose — possono nutrire empatia, fiducia e resilienza.
Da tempo psicologi e pedagogisti sottolineano l’importanza di dire la verità ai bambini anche rispetto alle questioni più delicate, come i lutti o le separazioni.
Troppo spesso gli adulti, nel tentativo di proteggersi e proteggere, finiscono per confondere: negano, raccontano storie fantasiose e dimenticano che la morte è parte della vita.
Ci sono tanti modi di morire, ma c’è solo un modo per affrontare la morte: conoscerla! La parola morte è troppo spesso temuta, camuffata, non nominata, eppure è complementare alla nascita. Elaborare il lutto significa dare voce alla parola morte che non ha bisogno di essere nascosta, ma di liberare la sua luce. È importante riconoscere che dove c’è vita c’è morte e quindi dove c’è morte c’è vita.
Lo stesso vale per temi complessi come la guerra: il silenzio, infatti, non protegge, ma alimenta la paura. Vivere in uno stato di paura e instabilità costante priva i bambini del diritto al gioco, alla crescita e alla sicurezza.
Gli effetti del conflitto non si fermano solo nei luoghi dove la guerra è visibile. Anche i bambini in Europa — e quindi in Italia — ne risentono, seppur in forme diverse e meno immediate.
Alcuni hanno compagni o amici con familiari coinvolti direttamente nella violenza; altri appartengono a comunità che hanno già vissuto lo sfollamento. La vicinanza geografica, culturale o emotiva rende il conflitto più vicino e reale.
Perfino i bambini senza legami diretti con le zone di guerra non sono immuni: attraverso i social media vengono costantemente esposti a immagini scioccanti — bombardamenti, pianti, feriti, famiglie e case distrutte.
Questi contenuti, spesso privi di contesto o spiegazione, raggiungono anche i più piccoli su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, generando ciò che gli psicologi definiscono “trauma a distanza”.
Vedere coetanei soffrire può suscitare ansia, paura, confusione e un profondo senso di insicurezza.
Molti bambini iniziano a porsi domande difficili — sulla giustizia, sulla violenza, sul perché accada.
Per questo educatori, genitori e adulti di riferimento devono riconoscere il peso emotivo di questa esposizione digitale. I bambini non hanno bisogno solo di protezione fisica, ma anche di strumenti per orientarsi nel caos emotivo che le immagini portano con sé.
È qui che la nostra guida diventa essenziale: offrire rassicurazione, favorire un dialogo aperto e aiutarli a dare un senso a ciò che vedono.
Una ricerca pubblicata nel 2024 (Neva M. Corrigan, Ariel Rokem, Patricia K. Kuhl, PNAS, vol. 121, n. 38) evidenzia come, dopo la pandemia, bambini e adulti abbiano ridotto la loro capacità di fantasticare. Eppure il sogno, l’immaginazione, sono elementi essenziali per la realizzazione di sé.
I contesti educativi possono restituire spazio a questa competenza di base attraverso patti educativi condivisi, che mettano in rete famiglia, scuola e territorio.
La scuola è un’istituzione fondamentale nella formazione e nello sviluppo dei giovani: un luogo di apprendimento, socializzazione e integrazione.
Non trasmette solo conoscenze, ma contribuisce alla costruzione dell’identità e alla crescita di valori come rispetto, responsabilità e cooperazione — elementi fondamentali per una convivenza civile e armoniosa.
Parlare di guerra con bambini e ragazzi non è mai facile, ma è necessario se vogliamo aiutarli a costruire una cultura di pace.
La scuola, insieme alla famiglia, può avere un ruolo decisivo in questo cambiamento: è il luogo dove si imparano non solo le conoscenze, ma anche i valori che guidano la convivenza umana.
Bambini e ragazzi hanno uno sguardo puro e curioso sul mondo. Possono insegnarci molto sul significato della pace e su come immaginarla e costruirla ogni giorno.
Attraverso attività educative, la lettura, l’osservazione dell’arte o la riflessione su ciò che accade nel mondo, possiamo accompagnarli a comprendere che la pace è un valore concreto, da coltivare dentro e fuori di sé.
Nei momenti di conflitto e incertezza, i più piccoli non hanno bisogno solo di protezione fisica, ma anche di sicurezza emotiva.
Questa sicurezza nasce dalla presenza calma, autentica e coerente degli adulti che li circondano.
Quando genitori e insegnanti restano aperti al dialogo, sinceri e rassicuranti, trasmettono fiducia — ed è proprio da quella fiducia che i bambini imparano che la pace non è solo un ideale lontano, ma un modo di vivere, ogni giorno.
Parlare di guerra con i bambini non significa soltanto dare spiegazioni o rispondere alle loro domande. Significa aiutarli a sviluppare resilienza, empatia e pensiero critico.
Queste conversazioni permettono loro di dare un senso a ciò che vedono e sentono, e di capire che le proprie emozioni — anche la paura, la confusione o la rabbia — sono legittime e importanti.
Il silenzio, invece, può alimentare l’ansia e lasciare spazio all’immaginazione, spesso più spaventosa della realtà.
Un dialogo aperto, sincero e rassicurante li aiuta a sentirsi accolti e compresi.
Che un bambino viva il conflitto da vicino o lo percepisca solo attraverso racconti e immagini, la guerra lascia comunque un segno nel suo mondo interiore.
Per questo è importante accompagnarli con verità, sensibilità e parole adatte alla loro età.
Parlare con loro oggi non serve solo a superare la paura del momento: significa anche gettare le basi per adulti più forti, consapevoli e capaci di costruire un mondo più umano.”
La Dott.ssa Sara Scarponi, psicologa e psicoterapeuta, presenterà la sua riflessione sui traumi infantili, con particolare attenzione al tema della guerra e del lutto, mercoledì 5 novembre alle ore 21 presso il Teatro Comunale di Urbisaglia.
Sara Scarponi è psicologa e psicoterapeuta e attualmente lavora presso l’ASP (Azienda Servizi alla Persona) dell’Ambito sociale 9 di Jesi, all’interno di un progetto compreso nel Programma Nazionale Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027.
Fin dal 2017 si è occupata di sostegno psicologico a bambini e ragazzi, lavorando sia in associazioni private che in strutture pubbliche anche come psicologo scolastico.
Attualmente è psicologa sportiva presso l’U.S. Filottranese A.S.D., delegata alla tutela dei minori come previsto dal settore giovanile e scolastico della FIGC.
Ha svolto un ruolo di accompagnamento individuale, di coppia e di gruppo; è stata supervisore nei progetti “Percorsi Donna” e “Servizio di gestione della casa rifugio per donne vittime di violenza” presso il centro antiviolenza dell’Ambito 19 di Fermo.
Nel 2024 ha pubblicato il libro per bambini “Millecento e una stella”, che vuole portare la luce negli occhi di chi si trova ad attraversare il dolore di un lutto.



